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Presentazione DOMO BORGO MILLENARIO
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Venerdì 26 maggio alle ore 17:45 presso il Teatro Galletti di Domodossola Presentazione del libro: DOMO BORGO MILLENARIO di ENRICO RIZZI    

 

 

Giovanni Leoni, il Torototela | Stampa |
Scritto da Paolo Crosa Lenz   

Alpinismo, poesia, dialetto.

Novant’anni fa moriva a Mozzio, ridente villaggio rurale in Valle Antigorio, Giovanni Leoni. Fu il Torototela, il più grande poeta dialettale che l’Ossola abbia mai avuto. La sua vita fu un’avventura, le sue poesie esprimono la malinconia e l’ironia proprie del montanaro ossolano. Pochi lo conoscono.

Giovanni Leoni nasce a Domodossola nel 1846 e a 24 anni emigra con il fratello Costantino a Montevideo dove crea la “Leoni Hermanos”, un proficua attività commerciale in tessuti e generi vari. Compra una nave con quindici uomini di equipaggio e naviga le fredde acque della Patagonia trasportando ogni genere di merce. Viaggi in quel “mondo al confine del mondo” tanto di moda oggi. Nel 1886 Giovanni Leoni liquida l’azienda e rientra in Italia dove vive di rendita fino alla morte. In inverno vive a Domodossola, Bologna e Torino dove frequenta assiduamente la borsa valori. In estate vive a Mozzio dove, via via, trascorrerà soggiorni sempre più prolungati fino a stabilirvisi definitivamente. Nel 1891, durante un viaggio a Roma, scrive la prima poesia dialettale (“L’Olèta”) che invia all’amico parroco di Mozzio, don Gaudenzio Sala. Per oltre vent’anni scriverà poesie mordaci e satiriche in dialetto ossolano con lo pseudonimo di Torototela, a richiamare quei menestrelli girovaghi che nell’Ottocento giravano le piazze accompagnando le loro storie con il suono di una specie di violino ricavato da una zucca vuota. Le sue poesie verranno pubblicate nel 1929 dal nipote Camillo Boni con il titolo di “Rime Ossolane”. Fu presidente della sezione di Domodossola del CAI e fondò la “Pro Devero”. Tra il 1899 e il 1901 fu il promotore della costruzione del rifugio alpino sul Monte Cistella.


 

Ul Torototela

 

Quel pòvar poeta strascià

con l’archett e la zùca armoniosa

condanà da nà sempar girànd

ul caplasc da ‘na part ben piegà

una piuma piantàa int’ul bindel


Ugh legeva la vita a la gent

costumà quatar mes par stagiòn

a sentìi lamentass i busecch

i han truvà mort ul torototela

in la stala di vacch du Gìbilin


La sò fin natural l’era quèla:

fàa ghignà par un sold la marmaia

e murì còm un can su la paia;

pòvar diavul d’un torototela!


Giovanni Leoni

Parte dalla poesia Ul Torototela

Mozzio 24 aprile 1919

 
Il nome Tensa, un significato storico | Stampa |
Scritto da don Tullio Bertamini   

Restano a segnare il territorio talvolta alcune parole, desuete per il nostro tempo, che indicano le leggi e gli usi antichi che lo riguardano. Fra tante altre si può qua e là trovare come residuo storico la denominazione di territorio tensato. Si tratta ora di comprendere il significato del verbo tensare e quindi quello di bosco tensato, equivalente a bosco tenso ed in generale quello di tensa con cui restano denominati tradizionalmente alcuni terreni.

Tensare è un verbo della bassa e bassissima latinità che fu usato assai spesso anche in Ossola, ma è presente pressochè in tutte le regioni vicine, con il significato di proteggere mediante un bando, cioè difendere un territorio, per quei validi motivi che di volta in volta possono essere invocati. Il significato iniziale è impositivo, imperatorio e contiene il senso di una imposizione autoritaria. Non per nulla tensator equivale a expilator, cioè ladro. Il bando nei tempi passati era la più ovvia e necessaria maniera di far conoscere le leggi. Il banditore pubblico seguiva rigorosamente il rito di proclamare e quindi pubblicare la legge. Quando questa legge, mediante un altro bando, era fatta cessare, il verbo corrispondente era distensare. Ovviamente non era il privato che poteva imporre la tensa ma solo il Comune. Leggo negli Statuti di Villa nel 1345, al capitolo quarto: "Quod nullus ponat terram aliquam in tensa".

Negli statuti antichi il tensare ed il distensare ricorre in occasioni assai ovvie e frequenti. Tutte le proprietà private restano tensate da parte del Comune durante il tempo in cui esse sono lavorate e sfruttate, perchè coltivate o pascolate dai proprietari. In alcuni casi però, quando il raccolto è stato fatto, può essere introdotta la distensa ed allora diventa in un certo modo un terreno comune. La tensa ritorna quando il terreno comincia nuovamente ad essere lavorato. In tal senso ad esempio devono essere interpretate le assa che in alcuni luoghi, vedi gli Statuti di Malesco o Masera, erano introdotte con tradizionale possibilità che avevano tutti gli appartenenti al comune, cioè i vicini di pascolare il proprio bestiame, ordinatamente, anche su terreni privati, al ritorno dell'alpeggio estivo e autunnale. Assare significa proprio questo, parole ben lontana da quella latina che ha invece il significato di arrostire.

La tensa non era riservata solo a terreni coltivati, boschi, ecc. di proprietà privata. Veniva imposta anche su importanti boschi che la comunità si riservava, capitalizzandoli per trarne i vantaggi possibili con la vendita del legname. Nella tensa si indicava in modo particolare, talvolta, il tipo di legname protetto, cioè la specie, come le conifere, il faggio, la betulla, l'ontano, ecc., mentre le essenze di minor valore potevano essere utilizzate in libertà. Una tensa specifica era talvolta stabilita per le piante che producevano, se opportunamente trattate, la resina. Anche il larasinatico era riservato alla proprietà privata o al Comune, che ne deteneva il diritto e lo concedeva ai terbintinai, raccoglitori di resina, dietro un pagamento competente. Erano tutti i modi di esercitare il diritto di proprietà sul territorio.

Talvolta le situazioni geografiche e climatiche imponevano la tensa, cioè il bando, perchè alcune zone fossero sottratte al taglio dei boschi, dovendo il bosco rimanere intatto al fine di impedire scoscendimenti, frane, valanghe ed altri danni provenienti da fiumi o torrenti e da una situazione pericolosa del territorio. Il bosco tenso ha avuto spesso questa importante funzione protettiva per gli abitanti sottostanti, e questo può valere anche per la tensa in generale, se imposta per la migliore stabilità dei terreni, ecc. E' notorio infatti che la vegetazione, specie quella di alto fusto, ma anche quella minore, dal rododendro, del mirtillo, dell'ontanelle, ecc. e perfino l'erba dei pascoli, rassoda il terreno, lo lega e lo agglutina, difendendolo, per quanto è possibile dalle acque irrompenti, dalle frane e dagli smottamenti. Se nel terreno si forma una ferita, non c'è miglior modo per sanarla che quello di coprirla con un manto erboso, o cespuglioso, possibilmente ben radicato.

Là dove resta l'intitolazione tradizionale della tensa, del bosco tenso o simili, permane con ogni probabilità una situazione che si richiama a quella per cui anticamente fu introdotta e che, forse, occorre conoscere e non trascurare per la salvaguardia del territorio.

Nota: Cfr. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinantis, Parisiis 1846, ad verbum: Tensare

 
Esplodono le fioriture estive in alta montagna | Stampa |
Scritto da Paolo Crosa Lenz   

Sono giorni di gloria per i botanici, gli appassionati di flora alpina e di fotografia naturalistica. I monti dell’Ossola si stanno coprendo di una veste multicolore per l’esplosione delle fioriture in quota. Domenica 21 giugno a 2000 m c’erano 3-4°, poi in settimana il meteo si è stabilizzato e le temperature sono salite in pochi giorni ad oltre 30°. Le alte praterie seminaturali con terreni calcarei si coprono di ranuncoli montani (gialli) e dei Pirenei (bianchi). Mentre sui pendii dell’alpe Sangiatto le orchidee stanno sfiorendo, le vallette nivali superiori  si sono appena liberate dalla neve e l’erba è alta solo pochi centimetri. I botanici mormorano che negli ultimi anni i repentini cambiamenti di temperature e il freddo prolungato ritardano le fioriture e fanno sì che avvengano tutte insieme. Solo i rododendri sono ancora fermi.



Anche per gli uomini non è più come prima. San Giovanni Battista (24 giugno) era tradizionalmente il giorno della caria (il carico degli alpeggi alti). Quest’anno in Devero non è così, a fine giugno gli alpeggi sono ancora deserti, i pascoli “non sono ancora pronti” e in basso, a Crampiolo, c’è ancora tanta erba buona. Il rito millenario dell’inalpamento verrà rimandato ai primi di luglio.

Qualcosa sta cambiando in madre natura. Che dire del fatto che in Devero, alle pendici del Pizzo Bandiera, sta crescendo un boschetto di pioppi?

 
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